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EROS SUBLIME: intervista ad Antonio Moscogiuri

Forse un pizzico d’incoscienza; sicuramente una buona dose di caparbietà e tanta voglia di alterare l’estetica classica. Sono questi gli ingredienti del successo di Antonio Moscogiuri, ideatore e direttore di c.a.p.74024, rivista semestrale indipendente che guarda al mondo attraverso una fessura. Antonio è un giovane editor-in-chief con una comprovata carriera alle spalle e le idee ben chiare sul futuro dell’immagine.

Quando hai deciso che la tua strada sarebbe stata riconducibile all’editoria? 

Durante gli anni di università non amavo scrivere, però a quanto pare mi riusciva bene. Così una docente mi chiese di realizzare alcune cartelle stampa. Il lavoro piacque e mi chiamarono dalla redazione di  Sposabella, del gruppo Condé Nast. Grazie a questa esperienza ho  imparato da subito in modo concreto la professione. Ho immediatamente preso consapevolezza della responsabilità di ciò che si scrive. Tutti possono esprimere un’opinione, ma se lo si fa con cognizione e informazione il messaggio che arriva alle persone è autentico e quindi più efficace.

E poi come è nato c.a.p.74024 ? 

Prima ancora di diventare una rivista era il mio progetto di tesi. In prossimità della laurea ho voluto dar voce a ciò che mi piace: la moda, il porno e l’arte. Ho cercato un modo per farli convivere. La mia tesi era una forma primordiale della rivista, con contenuti veri. Gli scatti erano di realmente ad opera di fotografi che mi avevano concesso la possibilità di lavorare con loro. Poi nel 2013 partecipai a un contest che promuoveva idee creative e nonostante la paura di essere rifiutato a causa dei contenuti forti, vinsi. Oggi c.a.p.74024 è un semestrale. Una realtà libera e fuori dagli schemi, conosciuta anche all’estero. 

Secondo la tua visione di estetica, cos’è oggi la bellezza?

Non è qualcosa collegata puramente all’immagine; è un sentimento. Il bello può essere tutto. È ciò che ti fa stare bene. Nel mio studio colleziono quadri, vestiti, giornali; semplicemente perché li trovo belli. Sto bene e mi sento a mio agio dove c’è bellezza.
Al contrario credo che la bruttezza  sia ciò che provoca fastidio, come la cattiveria o la maleducazione e di solito quando queste caratteristiche appartengono ai creativi finiscono sempre anche nelle loro produzioni.

Quindi il nudo, costante della tua rivista, può fa stare bene? 

Ovviamente. Ci tengo a precisare che è determinante come lo si mostra, non cosa si mostra. Il focus non è nel modello senza abiti, ma la forma in cui lo si rappresenta; il nuovo punto di vista. È un racconto totalmente diverso dagli altri giornali, dove magari si ricorre al nudo per vendere abiti. Il nostro punto di partenza è il corpo spogliato; la suggestione che si crea attorno al desiderio. Poi la moda semmai si accoda successivamente a tale emozione. Senza dubbio per me gli scatti che realizziamo ruotano attorno all’empatia; se c’è feeling con le persone con cui si lavora ci si trova all’istante, altrimenti tutto diventa più faticoso. 

Credi ancora nella potenza della carta stampata?

Certo. La gente sfoglia tutt’oggi una rivista perché ha necessità di nutrirsi di bellezza. La tiene sul comodino o sul tavolo per riprenderla tra le mani di tanto in tanto. Diversamente dalle immagini che veicoliamo sul web, che sono dall’impatto effimero perché svaniscono velocemente, la carta resta lì, pronta ad essere sfogliata un’altra volta. 

Giorgia Trovato

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